etEnrico.

So ancora scrivere?

Sono passati anni dall’ultima volta che ho scritto veramente un testo. Probabilmente risale ai tempi della scuola, ormai più di dieci anni fa. Anche all’università, a ripensarci, non c’è stata occasione. Le poche frasi scritte erano per lo più dimostrazioni matematiche, magari qualche mail. Al liceo ricordo di odiare e amare i temi allo stesso tempo. La pagina bianca, l’aspettativa di scrivere qualcosa che portasse a un buon voto, il tempo limitato.

Ricordo che lo stress scompariva una volta scritte le prime due o tre frasi, rigorosamente in colonna. Ricordo il rituale di piegare la pagina a metà per prepararsi al via libera della professoressa. Ricordo i margini asimmetrici del foglio protocollo. Mi sono sempre chiesto perché quella scelta nel disporre le linee guida sul foglio. Probabilmente la mia mente analitica trovava la decisione non propriamente giustificabile. C’era qualcosa di elegante, però, nel foglio protocollo. Nei margini apparentemente incongruenti. Nelle colonne create virtualmente.

Sono passati anni e le lezioni di italiano lasciano ricordi di felicità, ma con poche nozioni. Forse si parlava di antagonisti, fiabe, stili, autori più o meno infelici che ci propinavano le loro deduzioni, ciò che l’umanità aveva deciso dovesse essere un modello. Forse la dimostrazione migliore del valore delle lezioni di italiano in gioventù non è che io conosca la storia di Don Abbondio, ma che, dopo tutti questi anni senza mai aver scritto per davvero, io sia ancora in grado di mettere qualche parola una dopo l’altra.

Mentre scrivo, mi rendo conto che le parole non mi vengono in mente naturalmente come una volta. Probabilmente è normale. È così difficile allenare il pensiero per non inaridirlo. Tralasciando il fatto che il percorso matematico e analitico ha già di per sé eliminato gran parte della creatività e del vocabolario dalla mia scrittura, la società è veramente cambiata da quando scrivevo quei temi a mano, con la penna stilografica, sul foglio protocollo.

Sto scrivendo questi pensieri su un tablet, con una penna senza inchiostro che, però, lascia sullo schermo un tratto che difficilmente si distinguerebbe dall’inchiostro vero. Anzi, in realtà è proprio identico, ma la penna capacitiva ridireziona le particelle di inchiostro che sono già nel foglio e possono essere rese invisibili o visibili quante volte voglio, con una velocità impercettibile, così che io possa scrivere questo mio testo a mano, con la sensazione della carta e della penna, su un numero illimitato di pagine, senza sprecare una sola goccia di vero inchiostro.

Poi c’è l’IA. Scrivere un testo, anche solo un messaggio di poche parole, mi risulta al giorno d’oggi così difficile. Perfino leggere ormai mi sembra uno spreco di energia e tempo. E non intendo un libro. Intendo la risposta di più di due righe che l’IA mi ha messo davanti alla domanda di forse meno di due righe che solitamente pongo.

L’IA, però, di parole ne ha scritte. Centinaia, migliaia, e per alcune delle cose che gli chiedo anche milioni. L’IA ha scritto in quella singola sessione, per rispondere a quella singola mia domanda, tra le tante che faccio ogni giorno, più di quello che io ho scritto, o che scriverò, in tutta la mia vita.

Mi chiedo se quelle parole che, un tempo, erano preziose, le parole che, una volta, qualcuno scriveva su un foglio e che potevano diventare materiale di studio per scolari come me, oggi valgano uguale.

In economia, scarsità significa valore. Oggi l’IA può produrre in un giorno più parole di quante tutta l’umanità abbia prodotto nella storia. E non parole a caso. Romanzi, dimostrazioni, istruzioni, descrizioni filosofiche, in qualsiasi lingua. Quindi, se la scarsità è diminuita ma il contenuto è apparentemente equivalente a quello della scrittura di prima, è giusto dire che il testo ha oggi perso valore?

Io non lo leggo, io non lo scrivo; l’IA legge il testo che lei stessa ha scritto in base a una o due parole sputate dalla mia tastiera o dettate. Eppure, forse è ingiusto dire che il testo non abbia più valore solo perché non ha più un problema di scarsità.

Le parole scritte a mano sono l’espressione più concreta della coscienza e dell’ingegno umano. Forse, semplicemente, prima scrivere su un foglio i propri pensieri era costoso: carta, inchiostro, tempo, energia. Anche se, a mio parere, ad oggi scrivere è ancora più costoso perché, semplicemente, non serve.

L’IA scrive per noi, comunica per noi, a volte, sempre più frequentemente, pensa per noi.

Sono contento di essere riuscito a scrivere i miei pensieri in questo testo oggi. Una sfida a me stesso. Sei ancora capace, Enrico, di coordinare i tuoi pensieri in frasi coerenti?

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